Alta Moda dalla Favela

Sono sempre affascinata dalle storie di donne che emergono grazie alle loro capacità professionali, donne che fanno crescere altre donne, in onestà e riconoscimento delle loro attitudini. Mi riferisco a donne che lottano per la dignità del lavoro femminile, per il raggiungimento della loro autonomia economica e della loro crescita personale.

In netto contrasto con quanto si pensa ora delle donne, che per fare carriera debbano svendere la loro rispettabilità e la loro giovinezza a imprenditori e  politici, pur di assicurarsi un guadagno, per fortuna, esistono casi dove le donne vivono del loro onesto lavoro, fatto di manualità e creatività.

Maria Teresa Leal, fondatrice di Coopa-Roca, trentennale cooperativa

Maria Teresa Leal, fondatrice di Coopa-Roca una cooperativa di sarte che da trent’anni lavorano grazie alla sua capacità imprenditoriale e di coordinamento

Di Maria Teresa Leal si parla in un avvincente articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana e del quale tento di riportare i passi più interessanti, anche se andrebbe letto tutto.

Biografia di Maria Teresa Leal

  • 1976-1978 Studia arte
  • 1986 Si laurea in sociologia all’Università federale di Rio de Janeiro
  • 1981 Fonda la cooperativa Coopa-Roca, formata dalle cucitrici che vivono nella favela di Rocinha
  • 1994 Gli abiti realizzati dalla Coopa-Roca sfilano per la prima volta in passerella
  • 1997 Il Banco do Brasil e altre aziende brasialine le regalano 41 macchine da cucire
  • 2004 Vince il premio della fondazione Avina, che promuove lo sviluppo sostenibile in America Latina
  • 2009 Riceve una donazione dalla Clinton Global Iniziative per la Coopa-Roca

Maria Teresa Leal vive in due mondi separati

Il primo è Rocinha, la baraccopoli di Rio de Janeiro popolata da più di centomila persone, dove coordina una cooperativa di sarte. L’altro è quello delle grandi capitali come Parigi, New York e Brasilia, dove va per incontrare gli sponsor internazionali, gli stilisti, i politici, e i giornalisti. Leal è a suo agio in entrambe gli ambienti. In fondo, dovunque si trovi, il suo scopo è sempre lo stesso: migliorare le condizioni di vita delle donne che lavorano per lei.

La cosa più difficile, racconta la Leal, una ex sociologa sempre sorridente, è dover parlare lingue sempre diverse. E non mi riferisco  solo al portoghese e all’inglese. Ogni ambiente ha i suoi codici. Ma non importa, perché tutto quello che faccio serve a sviluppare le attività della Coopa-Roca.

(…) La Leal ha deciso di investire sulla sartoria dopo aver visto quanto sono attente alla moda le donne della favela

All’inizio degli anni ottanta era arrivata a Rocinha per seguire un progetto di riciclaggio dei rifiuti, che prevedeva tra l’altro la creazione di giochi per bambini con lo stagno e la carta. Ma poi si è resa conto che appena avevano in mano un pezzo di stoffa le donne tiravano fuori ago e filo per trasformarlo in un capo di vestiario  o in un accessorio.  A quel punto la Leal ha deciso di mettere alla prova il loro talento.

(…) L’abilità delle artigiane della cooperativa è riconosciuta dagli stilisti di tutto il mondo

Tra il loro clienti ci sono l’azienda di biancheria intima Agent Provocateur, lo stilista brasiliano Carlos Miele e Lacoste, la firma francese che ha recentemente commissionato alla Coopa-Roca centinaia di magliette in edizione limitata.

(…) Una scommessa vincente

Dopo vari successi commerciali, premi e riconoscimenti internazionali nel 2009 la Clinton Global Initiative (CGI), fondata dall’ex presidente statunitense Bill Clinton, ha fatto una donazione per aiutare  la cooperativa a lanciare il suo primo marchio di abbigliamento. Scommettere sulle donne è una delle mosse più prudenti e intelligenti  da compiere. Ed è per questo che ci siamo interessati al lavoro della Coopa-Roca, dice Robert Harrison, amministratore delegato della CGI. Incentivando la manodopera femminile si fa crescere l’economia, si riducono i tassi di natalità e si può persino limitare il riscaldamento globale.

(…) Le condizioni di lavoro sono a volte difficili

La Leal non si è mai lasciata scoraggiare, nonostante la sede della Coopa-Roca sia in un edificio fatiscente di tre piani in fondo ad una strada della favela. La Leal si reca alla cooperativa tutti i giorni. Tutti la conoscono e la rispettano.

(…) L’indipendenza come premio

Lo stesso rispetto per lei lo provano le cucitrici della Coopa-Roca. Anche se Leal è a tutti gli effetti il capo, sono le lavoratrici che prendono le decisioni importanti  e stabiliscono gli obiettivi di produzione votando in assemblea.

  • Le cucitrici possono anche decidere di lavorare a casa, per poter accudire i figli e sono pagate sulla base dei pezzi che producono
  • Gli unici obblighi da rispettare sono gli obiettivi di produzione e le regole del gruppo
  • Gli stipendi sono buoni: le dipendenti più pagate possono guadagnare in un mese una somma otto volte superiore al salario minimo brasiliano
  • Le donne di Coopa-Roca possono prendersi cura della loro salute  e seguire seminari per aumentare l’autostima

(…) Le lavoratrici adorano Maria Teresa Leal

Insieme al loro capo hanno scoperto che non si tratta di una semplice relazione tra datore di lavoro e dipendente. Una consapevolezza non da poco in un paese dove le gerarchìe sono rigidamente rispettate. Le lavoratrici riconoscono che è necessario che ci sia bisogno di qualcuno che diriga i lavori, che procuri le commesse e dia delle indicazioni. E tutto si gioca sulla collaborazione: Maria Teresa Leal non esisterebbe senza le lavoratrici e loro non esisterebbero senza di lei.

(…) L’indipendenza delle donne che lavorano con lei  è un premio per i lunghi anni di lavoro insieme

Con il passare del tempo questo impegno mi dà sempre più soddisfazioni, dice. E’ stato difficile e lo è ancora. Ma venire qui e vedere queste donne che lavorano mi dà una grande carica. Amo quello che faccio.

L’articolo dell’Internazionale dal quale ho estratto alcuni passi è stato scritto da: Andrew Downie, The Christian Science Monitor, Stati Uniti.

Riflessioni

Il caso di Maria Teresa Leal non sarebbe certo riproducibile nel nostro paese, dove fare dell’imprenditoria partendo da una associazione di volontarie non avrebbe futuro (visti i costi  di ingresso e la burocrazia che accompagna ogni iniziativa imprenditoriale), anche se, in questo momento, a mio avviso, sarebbe opportuno avere uno sguardo meno miope sulla possibilità di inventare nuove realtà produttive. L’artigianalità è il punto di partenza per la produzione su grande scala industriale. Senza questa non sarà possibile inventarsi niente di nuovo, sperimentare e applicare. Così come la ricerca sta all’innovazione, l’artigianalità sta al design e alla produzione manifatturiera.
Utopia? Non credo. Anzi penso che se non faremo qualcosa, nel nostro paese saremo miseramente destinati a perdere ulteriori posti di lavoro, a non crescere e a far fare agli altri cose invece possibili.

Gabriella Gai

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Gabriella Gai

Sono Gabriella Gai, vivo e lavoro a Torino. Eclettica di natura ho sviluppato esperienze professionali diverse con un comune denominatore: creatività, progetto e realizzazione. Il mio studio per il riciclo e il riuso dei materiali hanno dato vita ad un progetto dedicato interamente al riciclo del jeans per produrre moda e un lusso sostenibile esteso anche ai complementi di arredo ed alla cura del cane di casa.

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