Moda negli anni venti - Il guardaroba di una Signora torinese

Venerdì scorso ho fatto visita ad una mostra intitolata Moda negli Anni Venti – Il guardaroba di una signora torinese, un evento al quale non potevo mancare, vista la mia formazione culturale in storia del costume. La mostra si svolge nella splendida cornice dell’antico Filatoio di Caraglio ed è aperta fino al 19 settembre 2010.

Il Filatoio di Caraglio in provincia di Cuneo

Leggere e comprendere la moda da qui al futuro ha significato se si accetta di conoscerne anche il passato

La moda è ciclica, così affermava la mia insegnante di costume, Graziella Bartolini Navaretti e questo mi è bastato nel tempo per verificare come la moda in fondo non debba essere solo qualcosa di nuovo, ma anche una rilettura e un’ interpretazione del passato, inframmezzata da colpi di genio di stilisti che con la loro creatività segnano decisamente il corso e il ricorso della moda.

In un guardaroba ritrovato di una benestante signora torinese si legge tutto ciò che indossiamo oggi

L’elegante e ricco guardaroba, così ci narra Anna Bondi, appartenente ad Ermelinda Billotti (1896-1985) è stato riunito nella mostra, oggi conservato in parte presso la galleria del costume di Palazzo Pitti a Firenze e in parte presso la raccolta dell’Istituto Statale d’arte Aldo Passoni di Torino. A questi nuclei si aggiungono ancora pezzi di proprietà famigliare.

Si tratta di un guardaroba emblematico  sotto più aspetti: gli abiti, concentrati nell’arco di poco più di un decennio, dagli anni venti all’inizio degli anni trenta, permettono di seguire le caratteristiche e l’evoluzione del momento più significativo e innovativo nella storia del Novecento, quando nasce l’abito moderno.

Una ricca schedulazione degli abiti presenti alla mostra è scaricabile dalla rete a questo indirizzo.

Cosa si impara nell’osservare gli eleganti abiti della Signora Billotti?

Gli aspetti produttivi e sociali

I capi sono realizzati presso alcune di quelle rinomate sartorie torinesi il cui prestigio e la cui portata sono indiscussi, e che da tempo, con una clientela a livello nazionale, sono uno degli aspetti più rilevanti nell’economia e nell’immagine della città di Torino.
La sartoria M. Franco & C. è una di queste. Nel 1922 si afferma sartoria di lusso, testimoniato da numerose riviste e inviti a sfilate e la partecipazione ad importanti eventi del momento (l’Esposizione di Torino del 1928).
Anche se ormai dimenticata, la storia del costume ci dice che Torino è stata capitale della moda, dove la moda era di fatto un mestiere di alta professionalità, qualità ed eccellenza, con grande rilevanza commerciale ed economica. Scrive Franco Ramella nel catalogo della mostra, in una sezione intitolata La produzione del vestiario e il lavoro femminile a Torino nei primi decenni del novecento, che il lavoro prodotto dalle donne nel settore moda a Torino in quegli anni, è secondo solo alla produzione metalmeccanica, un fatto che non è mai stato preso in dovuta considerazione. Di fatto su dieci persone impiegate nel lavoro manifatturiero a Torino, quattro erano donne che lavoravano nel settore della moda, un lavoro che spesso non era nemmeno censibile, perché fatto tra le mura domestiche. In nessuna altra città d’Italia in quegli anni è stato rilevato un fenomeno analogo.
La moda per le donne, fatta dalle donne: un esercito di sarte e sartine che spesso superavano in esperienza e in capacità i grandi nomi per i quali lavoravano. Una manodopera altamente specializzata che permetteva di spedire i capi all’altro capo dell’oceano: l’America veniva servita dalla casa Dino Fontana fornitrice anche di tutta l’aristocrazia di Torino.
La formazione di una sarta è un’esperienza molto dura: inizia a dodici anni, vissuta su un campo dove la vessazione è continua. Il mestiere non ti viene neanche insegnato: devi rubarlo con gli occhi. Così è anche per un certo tipo di comportamento e di educazione che deve accompagnare la tua persona. Solo dopo molti anni forse, riesci ad emergere per essere molto vicina alla cliente e al capo dell’atelier .
Il taglio in sbieco di Madeleine Vionnet

Le Artigiane Creative che cambiano per sempre il modo di tagliare gli abiti

Nel percorso della mostra mi ha particolarmente affascinata una sezione che si occupa dei tagli sartoriali, elemento che in quegli anni ribalta e sconvolge di fatto la moda. Gli abiti assumono un tratto moderno, quello che tutt’ora ci ritroviamo in tutti gli abiti. Le gonne si accorciano e l’abito diventa qualcosa che avvolge morbidamente il corpo, non più costretto in busti e corpetti tipici di fine secolo XIX.

L’abito diventa qualcosa studiato per la donna che si muove, sale in auto, gioca a tennis, lavora.

La tecnica del taglio in sbieco è la più rilevante delle innovazioni. Perfezionata dalla grande sarta parigina Madeleine Vionnet sulla base di una tecnica utilizzata già nel primo novecento, famoso un suo abito realizzato con una sola cucitura, il taglio in sbieco di fatto sfrutta l’elasticità del tessuto, permettendo di infilare l’abito dalla testa; l’inserimento di varie forme geometriche consente anche l’abolizione di pinces e riprese rendendo l’abito del tutto nuovo nelle forme. Forme sinuose e linee avvolgenti dati da questa particolare tecnica di taglio saranno dominanti negli anni trenta fino ad avere il massimo splendore negli abiti delle dive degli anni 50.

Il colore arancione, una moda degli anni venti

Il colore alla moda in quegli anni: l’arancione

Negli anni venti lo sviluppo progettuale della moda non volge lo sguardo solo alle nuove forme (che di fatto cambieranno per sempre l’abito femminile), ma si estende anche alla ricerca di nuovi colori.
Le gamme vengono esplorate tutte: dal blu Cina al rosso fragola, dal verde mandorla al fucsia, al giallo mais accostati tra loro in abbinamenti audaci e declinati in tutte le loro sfumature. Tra questi però la vera novità è l’arancione, un colore che viene utilizzato per abiti, cappe e accessori. Un colore che compare anche nella grafica pubblicitaria dell’epoca, un colore chiamato tango e che si oppone al total black proposto da Coco Chanel.

Fu il tango la prima delle danze da noi dette moderne, che vennero a perturbare insieme con tante altre cose il vecchio mondo […] e in onor suo si chiamò tango un colore arancione assai vivace […] Ora le danze moderne si sono moltilplicate […] e tango si chiama ancora, benché meno diffusamente, il colore che altrimenti può chiamarsi arancione (Cesare Meano, Commentario Dizionario della Moda, Ente nazionale della moda, Torino 1936).

Molte altre cose sulla moda si imparano nel fare visita ad una mostra così ben curata e allestita. Acquistare il catalogo al bookshop è il minimo. Leggerlo, tenerselo stretto e non imprestarlo (i libri imprestati non ritornano mai!) fa parte della propria continua formazione. Come per le sartine che rubavano il mestiere, ho rubato un po’ di tempo al mio lavoro per condividere invece la bellezza di questo evento.

Gabriella Gai

P.S. Fashion blogger, vi invito a visitare la mostra: troverete materiale sul quale riflettere molto.

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About The Author

Gabriella Gai

Sono Gabriella Gai, vivo e lavoro a Torino. Eclettica di natura ho sviluppato esperienze professionali diverse con un comune denominatore: creatività, progetto e realizzazione. Il mio studio per il riciclo e il riuso dei materiali hanno dato vita ad un progetto dedicato interamente al riciclo del jeans per produrre moda e un lusso sostenibile esteso anche ai complementi di arredo ed alla cura del cane di casa.

One Response to Il futuro della moda nel Guardaroba di una Signora torinese

  1. […] Articolo Originale: Il futuro della moda nel Guardaroba di una Signora torinese Articolo aggregato il 13 settembre, 2010 alle 15:36 ed archiviato in Moda. Puoi seguire il […]

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