L'Efficienza e il Giorno della Memoria

In questi giorni, oltre agli scandali veri, falsi, presunti o verificabili che stanno attanagliando la nostra Nazione per fortuna si parla anche di una ricorrenza, il Giorno della Memoria, una giornata per ricordare qualcosa che nella storia è veramente accaduto e che la Comunità Internazionale ha identificato nel 27 gennaio di ogni anno che verrà.

L’Italia ha aderito alla commemorazione del Giorno della Memoria con la legge del Parlamento n. 211 del 20 luglio 2000

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Nonostante la fase di negazionismo della Shoah che culturalmente si sta attraversando, c’è chi continua a ricordare perchè mai più possa verificarsi al mondo un eccidio così efficientemente organizzato.

Già, efficienza e organizzazione, due principi che stanno dentro un unico grande principio: l’esercizio del potere

Nelle vacanze di Natale ho avuto modo di rileggere un libro al quale avevo attribuito valore, Il Potere: Come usarlo con intelligenza, di James Hillman. Rileggere le cose aiuta e mai come in questo momento storico il libro andrebbe letto e riletto più volte.

Vorrei condividere alcuni passi di un paragrafo intitolato l’Efficienza, nel quale Hillman racconta:

Il primo significato che il dizionario ci dà di potere è semplicemente la capacità di fare, di agire; la capacità di realizzare qualcosa; per cui, sempre secondo il dizionario, molto potere significa forza, potenza. Un potere forte, un potere assoluto, può essere definito da due elementi evidenti: il controllo assoluto delle condizioni e la massima efficienza delle operazioni. In realtà il primo dipende dal secondo perchè il potere, per mantenersi ha bisogno di efficienza. Non è possibile mantenersi al vertice delle condizioni se i nostri metodi operativi sono inefficienti. Ma questo non suggerisce anche che l’efficienza assoluta produce il massimo potere?

Il campo di sterminio di Treblinka e il suo comandante, Franz Stangl sono esempi di efficienza al massimo grado di purezza. Treblinka era il più grande dei cinque campi costruiti esclusivamente a scopo di sterminio dai Tedeschi durante l’occupazione della Polonia. Secondo una stima estremamente prudente, in questi campi  furono uccise circa tre milioni di persone in diciassette mesi. […]

Hillman continua l’analisi di questo processo con dovizia di particolari e finita la lettura del sottoparagrafo non resta che un grande sgomento.

[…]E tutto questo funzionava, era un lavoro, diceva Stangl. Il ruolo assoluto dell’efficienza.[…]

Tuttavia la prima chiara articolazione teorica dell’efficienza nel pensiero occidentale si ritrova nella Fisica e nella Metafisica di Aristotele. Continua Hillman, […] alla domanda perché, Aristotele divise la risposta in quattro tipi di cause:

  • la causa formale, l’idea o il principio archetipico che governa un esempio;
  • la causa finale, lo scopo o la fine a cui tende l’evento;
  • la causa materiale, la sostanza su cui si agisce e si cambia;
  • la causa efficiente, ciò che dà inizio al moto e che dà immediato innesco al cambiamento. […]

Gli esempi ai quali applicare le quattro cause sono infiniti e variano dalla costruzione di un oggetto, di un processo e tutto quello per cui è necessario raggiungere un obiettivo.
Con il passare dei secoli anche l’orientamento dei filosofi cambiò e […] la causa efficiente assunse un ruolo sempre maggiore […] ed in buona sostanza […] la causa efficiente si fonde con l’idea stessa del potere, diventa persino una sorta di sostanza, la vera forza di base che muove il mondo, cosi come la volontà fa muovere il corpo.

La causa efficiente fa si che le cose avvengano […]

Peccato che […] nel momento in cui l’efficienza viene scelta come unica causa non importi più che cos’è che avviene, a chi o a che cosa avviene, e per quale scopo avviene. […] E’ facilmente intuibile a quali storture è possibile arrivare.

[…] Elevare l’efficienza a principio indipendente porta a due conseguenze terribilmente pericolose. In primo luogo favorisce il pensare a breve scadenza – non si guarda in avanti, fino in fondo – e questo produce un’insensibilità nel sentirenon si guarda intorno, ai valori della vita, che così sono vissuti in modo efficiente. In secondo luogo i mezzi diventano dei fini: il fare qualcosa diventa, cioè, la piena giustificazione del fare, indipendentemente da ciò che si fa. Frasi correnti nella vita del business quali fallo e basta!non starti a fare tante domande, niente scuse: risultati!, sono segnali che il principio di efficienza comincia a distaccarsi dalle sue coorti e ad andarsene per conto proprio.
La confusione etica che affligge il business, il governo e le professioni, anche se le cause sono varie e molteplici, deriva in parte dalle pressioni dell’efficienza come valore in sé e per sé. Allora, curiosamente, sembra che gli altri principi aristotelici si riscattino dalla propria esclusione forzata soltanto per sabotare l’efficienza. L’inefficienza diventa così uno dei modi preferiti dalla ribellione contro la tirannia dell’efficienza. Rallentare il ritmo di lavoro, lavorare limitandosi ad osservare le regole, giocare allo scaricabarile, l’assenteismo, rimandare le risposte, i documenti che vanno smarriti, le chiamate telefoniche che non vengono riferite: sono questi i modi  dell’inefficienza che l’etica adotta per protestare nei confronti della tirannia dell’efficienza. Quasi che, per poter essere dei buoni cittadini, interessati alle implicazioni più ampie di un certo lavoro, dovessimo diventare cattivi lavoratori. […]

Quello che Hillman vuole sostenere  è che […] l’idea dell’efficienza non rappresenta di per sé una ragione sufficiente per l’agire umano. Deve sempre essere in contatto con i suoi partner, le altre tre cause, per esercitare la sua funzione all’interno di una complessa tensione di ragioni. Non basta fare un lavoro con piacere, farlo bene, o farlo perché bisogna farlo e perché ci dà sicurezza. Stangl in qualche modo poteva accampare tutte queste ragioni.

Ma alla domanda perché? (perche facciamo quello che stiamo facendo?), è importante fare attenzione anche alle cause fondamentali. Quali sono gli effetti materiali della nostra efficienza? Cosa stiamo facendo alla natura materiale del mondo? Qual è l’essenza di ciò che stiamo facendo? Qual è il principio formale che lo governa? Ma, soprattutto, qual è il suo scopo o, per dirlo con Aristotele, ciò in ragione di cui vengono eseguite le nostre azioni efficienti?
Gitta Sereny incalzava Stangl per conoscere la causa finale (ciò in ragione di cui veniva eseguito il lavoro a Treblinka) . Durante le loro numerose conversazioni lui parlò di paura, di sopravvivenza e dell’inutilità della protesta. Alla fine lei gli domandò:

A quel tempo lei quali pensava che fossero le ragioni di quegli stermini?
La sua pronta risposta fu: Volevano i soldi degli ebrei.
Non dirà sul serio!
La mia reazione incredula lo lasciò perplesso. Ma naturale! Ha la minima idea di che somme incredibili si trattasse? E’ così che veniva comprato l’acciaio in Svezia.

La causa finale di Stangl, lo scopo pratico di quegli stermini ai quali, con tanta efficienza, lui soprintendeva, stringi stringi, era quello di prendere i soldi degli ebrei. Non si trattava di razzismo e dello sterminio di gente indesiderabile. Non si trattava di nazionalismo o di fare star meglio i Tedeschi. Non era odio, paura, vendetta. E neppure lealtà nei confronti di un capo o di una causa, o in vista di un futuro migliore per cui oggi andavano fatti spiacevoli sacrifici. La causa finale di Stangl era priva di qualsiasi ideale, di qualsiasi passione: nessun altro scopo che il profitto. […]

Oggi il predominio del profitto si chiama pensiero bottom line, un pensare in termini costi-benefici, obbedienza al Dio Economia […] la ragione ultima, che fornisce il terreno filosofico per un innalzamento del purismo dell’efficienza (un altro nome, forse, per il fascismo?) a spese delle altre due cause, la causa materiale e la causa formale.  […] L’efficienza nell’interesse delle regole della bottom line.

E qui Hillman sottolinea fortemente come molto ci sarebbe da imparare da Treblinka per chiunque giustifichi decisioni riferite alla bottom line. Qualche onesta riflessione andrebbe fatta.

[…] Se l’efficienza può essere paragonata al suo analogo in fisica – l’energia erogata è pari all’energia introdotta meno l’attrito – allora il sistema più efficiente, cioè quello che produce il maggior profitto, è quello che elimina il più possibile l’attrito: muoversi velocemente lungo il tube che porta alla camera a gas. Anche Stangl doveva ottenere il massimo spendendo il minimo. Dal momento però che ogni scambio è sempre una relazione, ottenere il massimo dando il minimo non è giusto, non è etico, è antisociale, è abusivo, forse è il male. Eppure il commercio predatorio (il libero mercato, come viene eufemisticamente chiamato) funziona regolarmente sul principio di guadagnare il  massimo pagando il minimo. Il commercio predatorio differisce da Treblinka soltanto nella misura, non nel principio.  […]

[…] Sarebbe bene tenere presente l’immagine di Treblinka quando si chiede al governo di essere più efficiente. […] I campi di sterminio continuano a far parte della nostra coscienza occidentale, non soltanto per ricordarci la capacità che ha l’uomo di compiere atrocità, il potenziale patologico della tecnologia sistematica, la virulenza del razzismo, l’esistenza del male o la morte del Dio degli ebrei e del Dio dei cristiani. Quei campi continuano a far parte della nostra coscienza perché la devozione all’efficienza è ancora viva nell’inconscio  della psiche occidentale, testimoniando il lato oscuro del Dio oggi vivente: l’Economia, un Dio che continua a spingere in avanti la civiltà occidentale attraverso una sempre maggiore efficienza.

(tratto da: James Hillman, Il Potere: come usarlo con intelligenza, BUR)

C’è molto da riflettere su questa lettura, che abbraccia a mio avviso molto di ciò che il mondo globalizzato sta vivendo. L’efficienza è un principio positivo, da usare con intelligenza (non singolarmente), da non applicare alle relazioni  sentimentali, ai rapporti di amicizia e a tutto quello che riguarda la nostra sfera emotiva ed affettiva.

Essere se stessi, essere spontanei e anche un po’ pasticcioni riporterebbe quel po’ di umanità di cui tanto si sente la mancanza. La mancanza di umanità, il vivere una guerra silenziosa del tutti contro tutti, dell’ognuno per sé, sta diventando una pericolosa malattia. Ed un malato più grave degli altri potrebbe innescare nuovamente processi di efferata efficienza.

Gabriella Gai

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Gabriella Gai

Sono Gabriella Gai, vivo e lavoro a Torino. Eclettica di natura ho sviluppato esperienze professionali diverse con un comune denominatore: creatività, progetto e realizzazione. Il mio studio per il riciclo e il riuso dei materiali hanno dato vita ad un progetto dedicato interamente al riciclo del jeans per produrre moda e un lusso sostenibile esteso anche ai complementi di arredo ed alla cura del cane di casa.

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