La moda sostenibile può diventare un business?

Il 20 luglio scorso una studentessa di Economia e Management mi scrive annunciando che sta preparando una tesi sulla moda sostenibile come nuovo modello di business. Della studentessa non dirò il nome per ovvi motivi di privacy. La richiesta della studentessa mi ha dato modo di fare alcune riflessioni  sulla cosiddetta moda sostenibile e sul termine sostenibilità visibile ormai su tutti i media che si occupano di problemi legati all’economia e alla attività antropica resa compatibile con la vita del pianeta.

Gentile Dott.ssa Gai,
Sono una studentessa di Economia e Management presso l’ Università Tor Vergata di Roma e sto preparando una tesi sulla moda sostenibile come nuovo modello di business. Il caso che vorrei portare è quello di Carmina Campus, ma vorrei riuscire ad avere più informazioni possibili sulla moda sostenibile, sul riuso ed il riciclo e sugli eventuali benefici economici che si riscontrano. Se ha delle informazioni, suggerimenti su materiali da consultare o pareri le sarei riconoscente.

La ringrazio per la cortese attenzione.

Cordialmente,
………

Rispondo alla studentessa; la moda sostenibile è un argomento che mi appassiona

Gentile …,
grazie per avermi contattata. Da qualche anno mi occupo di artigianalità legata al mondo della moda, dell’interior designer e del pet. Argomenti differenti, ma legati da un unico denominatore: cercare di produrre oggetti di pregio recuperando materiali di riciclo (mi occupo di riciclo jeans in particolare), cercando di fare rientrare questi oggetti tra i prodotti di lusso sostenibile. Il termine sostenibile, associato a molti altri che descrivono ecologia, biologico, green, organic, è qualcosa che è apparso immediatamente dopo la crisi del 2008, dove tutti, nostro malgrado, ci siamo accorti che qualcosa nella nostra vita sarebbe cambiato, insomma che la sostenibilità della vita non poteva di certo continuare con comportamenti consumistici da anni ’80. Il discorso che lei desidera affrontare nella sua tesi è molto complesso. La materia è nuova e non esistono ancora dati certi che illustrino modelli vincenti di sostenibilità. Di fatto ci sono temi correlati da affrontare che hanno a che vedere con le energie rinnovabili, il contenimento dello spreco in generale, il riciclo di materiali, i prodotti a km zero (cosiddetti a bassa emissione di CO2) e così via. Ritengo che prima di affrontare ragionamenti sulla sostenibilità della moda come modello di business (posto che ve ne sia uno, e quello di Carmina Campus è certo un’iniziativa onorevole, ma figlia d’arte), bisognerebbe farsi un po’ di cultura generale su questi temi. Pertanto mi permetto di suggerirle letture che ho fatto in questi anni. Non sono moltissime, ma mi hanno aiutata a farmi un’idea di dove potrebbe andare ed evolvere un modello di business per una moda sostenibile:

Bibliografia

Siti Web Interessanti

La materia è COMPLESSA; chi se ne occupa oggi con grande impegno sono studiosi, ricercatori  ed economisti che trent’anni fa erano abbastanza emarginati perché parlavano di argomenti controcorrente rispetto ai trend consumistici che tutti abbiamo vissuto. Ora le stesse persone trovano uno spazio di ascolto, perché ci si è accorti che siamo 7mld di persone e che le risorse a nostra disposizione sono finite (come lo è la terra).
La sostenibilità non ha colore politico, anche se chi se ne occupa viene spesso ed erroneamente incasellato come di sinistra. Sono temi che in altri paesi sono molto sentiti, soprattutto nel mondo anglosassone.
Mi auguro di poter essere stata utile, in questa fase. Mi piacerebbe conoscere a cosa è approdata. Nel mio piccolo sto cercando un modello di business sostenibile, ma non ho ancora elementi sufficienti per dire che ciò che sto facendo lo diventi.
I consumatori della moda iniziano ad orientarsi con piccoli passi alla ricerca di qualcosa di sostenibile (senza capire in realtà cosa cercano, se solo un prezzo basso o un prodotto più caro, ma che continui a mantenere il suo valore nel tempo).
E’ più facile che i consumatori del food siano più preparati perchè più sensibili al fatto che alimentarsi con qualcosa di dannoso sia più grave che vestirsi con abiti cinesi che puzzano di chimica.
Insomma le auguro un buon lavoro. Se fossi più vicina a lei mi proporrei come correlatore. In ogni caso se ha bisogno di aiuto sono qui.
A presto,
Gabriella Gai
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Non ho ancora ricevuto risposta dalla studentessa, tuttavia ho continuato a riflettere sulla sostenibilità della moda cercando chi se ne occupa e cosa sta nascendo per imparare a fare moda sostenibile. In particolare mi ha molto incuriosito l’articolo Moda Sostenibile: il Green diventa trandy nel quale sono riportati i commenti di studenti e docenti del London College of Fashion una scuola che è un’avanguardia sul tema della sostenibilità nel settore moda.

Creatività, ricerca, scuola, business, il tutto combinato insieme per preparare un futuro sostenibile nel mondo della moda. Al College of Fashion, a Londra, non è più solo questione di creatività. Nel duemilaotto l’istituto ha aperto il Centro per la moda sostenibile coll’obiettivo di mettere in questione il settore, dando il via a un nuovo modo di far moda, con soluzioni anche provocatorie che coniughino ambiente, società e business.

Leggendo l’articolo mi sono resa conto di quanto si è andati avanti sul tema, anche solo rispetto a tre anni fa. Questo significa che produrre moda sostenibile è fattibile. Occorre comunque un cambio di mentalità in chi produce e in chi acquista.
Produrre moda sostenibile non significa solo mantenere basso un prezzo. Significa produrre capi che possano essere apprezzati nel tempo, che aderiscano al nostro stile di vita alla ricerca di un lusso che non comprometta la salute del pianeta.
I cinesi a modo loro producono la moda, le griffes, che gli abbiamo insegnato a fare noi, a prezzi sostenibili per chi produce, non per chi acquista. Producono in modo insostenibile inquinando il mondo nella stortura di un capitalismo comunista. Come possiamo definire questa sostenibilità? Nella mia ingenuità la definisco concorrenza sleale. Il mondo ha bisogno di nuove regole per sostenersi. La vita di ciascuno di noi passa anche da qui.

Gabriella Gai

 

 

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Gabriella Gai

Sono Gabriella Gai, vivo e lavoro a Torino. Eclettica di natura ho sviluppato esperienze professionali diverse con un comune denominatore: creatività, progetto e realizzazione. Il mio studio per il riciclo e il riuso dei materiali hanno dato vita ad un progetto dedicato interamente al riciclo del jeans per produrre moda e un lusso sostenibile esteso anche ai complementi di arredo ed alla cura del cane di casa.

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