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febbraio 16, 2010
Sono sempre affascinata dalle storie di donne che emergono grazie alle loro capacità professionali, donne che fanno crescere altre donne, in onestà e riconoscimento delle loro attitudini. Mi riferisco a donne che lottano per la dignità del lavoro femminile, per il raggiungimento della loro autonomia economica e della loro crescita personale.
In netto contrasto con quanto si pensa ora delle donne, che per fare carriera debbano svendere la loro rispettabilità e la loro giovinezza a imprenditori e politici, pur di assicurarsi un guadagno, per fortuna, esistono casi dove le donne vivono del loro onesto lavoro, fatto di manualità e creatività.
Di Maria Teresa Leal si parla in un avvincente articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana e del quale tento di riportare i passi più interessanti, anche se andrebbe letto tutto.
Il primo è Rocinha, la baraccopoli di Rio de Janeiro popolata da più di centomila persone, dove coordina una cooperativa di sarte. L’altro è quello delle grandi capitali come Parigi, New York e Brasilia, dove va per incontrare gli sponsor internazionali, gli stilisti, i politici, e i giornalisti. Leal è a suo agio in entrambe gli ambienti. In fondo, dovunque si trovi, il suo scopo è sempre lo stesso: migliorare le condizioni di vita delle donne che lavorano per lei.
La cosa più difficile, racconta la Leal, una ex sociologa sempre sorridente, è dover parlare lingue sempre diverse. E non mi riferisco solo al portoghese e all’inglese. Ogni ambiente ha i suoi codici. Ma non importa, perché tutto quello che faccio serve a sviluppare le attività della Coopa-Roca.
All’inizio degli anni ottanta era arrivata a Rocinha per seguire un progetto di riciclaggio dei rifiuti, che prevedeva tra l’altro la creazione di giochi per bambini con lo stagno e la carta. Ma poi si è resa conto che appena avevano in mano un pezzo di stoffa le donne tiravano fuori ago e filo per trasformarlo in un capo di vestiario o in un accessorio. A quel punto la Leal ha deciso di mettere alla prova il loro talento.
Tra il loro clienti ci sono l’azienda di biancheria intima Agent Provocateur, lo stilista brasiliano Carlos Miele e Lacoste, la firma francese che ha recentemente commissionato alla Coopa-Roca centinaia di magliette in edizione limitata.
Dopo vari successi commerciali, premi e riconoscimenti internazionali nel 2009 la Clinton Global Initiative (CGI), fondata dall’ex presidente statunitense Bill Clinton, ha fatto una donazione per aiutare la cooperativa a lanciare il suo primo marchio di abbigliamento. Scommettere sulle donne è una delle mosse più prudenti e intelligenti da compiere. Ed è per questo che ci siamo interessati al lavoro della Coopa-Roca, dice Robert Harrison, amministratore delegato della CGI. Incentivando la manodopera femminile si fa crescere l’economia, si riducono i tassi di natalità e si può persino limitare il riscaldamento globale.
La Leal non si è mai lasciata scoraggiare, nonostante la sede della Coopa-Roca sia in un edificio fatiscente di tre piani in fondo ad una strada della favela. La Leal si reca alla cooperativa tutti i giorni. Tutti la conoscono e la rispettano.
Lo stesso rispetto per lei lo provano le cucitrici della Coopa-Roca. Anche se Leal è a tutti gli effetti il capo, sono le lavoratrici che prendono le decisioni importanti e stabiliscono gli obiettivi di produzione votando in assemblea.
Insieme al loro capo hanno scoperto che non si tratta di una semplice relazione tra datore di lavoro e dipendente. Una consapevolezza non da poco in un paese dove le gerarchìe sono rigidamente rispettate. Le lavoratrici riconoscono che è necessario che ci sia bisogno di qualcuno che diriga i lavori, che procuri le commesse e dia delle indicazioni. E tutto si gioca sulla collaborazione: Maria Teresa Leal non esisterebbe senza le lavoratrici e loro non esisterebbero senza di lei.
Con il passare del tempo questo impegno mi dà sempre più soddisfazioni, dice. E’ stato difficile e lo è ancora. Ma venire qui e vedere queste donne che lavorano mi dà una grande carica. Amo quello che faccio.
L’articolo dell’Internazionale dal quale ho estratto alcuni passi è stato scritto da: Andrew Downie, The Christian Science Monitor, Stati Uniti.
Il caso di Maria Teresa Leal non sarebbe certo riproducibile nel nostro paese, dove fare dell’imprenditoria partendo da una associazione di volontarie non avrebbe futuro (visti i costi di ingresso e la burocrazia che accompagna ogni iniziativa imprenditoriale), anche se, in questo momento, a mio avviso, sarebbe opportuno avere uno sguardo meno miope sulla possibilità di inventare nuove realtà produttive. L’artigianalità è il punto di partenza per la produzione su grande scala industriale. Senza questa non sarà possibile inventarsi niente di nuovo, sperimentare e applicare. Così come la ricerca sta all’innovazione, l’artigianalità sta al design e alla produzione manifatturiera.
Utopia? Non credo. Anzi penso che se non faremo qualcosa, nel nostro paese saremo miseramente destinati a perdere ulteriori posti di lavoro, a non crescere e a far fare agli altri cose invece possibili.
Gabriella Gai
Alta Moda, artigiana evoluta, Coopa-Roca, ricamo a macchina Notizie

